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Il territorio
Se, venendo da Roma, si abbandona la Via Tiburtina tra il bivio di Anticoli Corrado-Roviano ed Arsoli e ci si immette nella neroniana Via Sublacense, dopo alcuni chilometri a sinistra, adagiato su di una delle tante colline dell’Alta Valle dell’Aniene, appare il paese di Agosta. Il colle su cui si erge è di natura calcarea, è alto 382 metri sul livello del mare e declina dolcemente fin sulla sottostante pianura bagnata dall’Aniene, chiamato anche Teverone, perché affluente del più famoso Tevere.
Agosta con i suoi 2000 abitanti circa, con il verde smagliante dei suoi prati e dei suoi boschi di castagni, di quercie, di lecci e di carpini neri, con la sua aria pulita, con il suo clima salubre, è tutt’intorno circondata dai Monti Ruffi, Affilani, Ernici e Simbruini, che appartengono alla catena dei Preappennini. Mentre le fanno da corona, svettanti sulle creste dei suddetti monti, i paesi di Rocca di Mezzo, Rocca Canterano e Cervara di Roma e più lontana Affile.
Fa da protagonista in questo paesaggio, ancora per fortuna incontaminato, il fiume Aniene, così chiamato perché un leggendario re di nome Anio vi trovò la morte annegando, mentre cercava di riavere la figlia che gli era stata rapita. Un tempo le fresche e tortuose acque dell’Aniene erano abitate da gamberi, trote e piccole anguille, chiamate dai valligiani “giriole”. Oggi il moderno inquinamento ha distrutto tutto e come se questo non fosse sufficiente quelli che decidono tolgono al fiume sempre più acqua per condurla lontana dalla sua sede naturale.
Il paese è vicinissimo a Subiaco, 30 sono i chilometri che la dividono da Tivoli, mentre Roma dista una cinquantina di chilometri, percorrendo l’autostrada A24 Roma–L’Aquila, nella quale ci si immette nel casello Mandela-Vicovaro.
Agosta è costituita da un centro storico e dalle frazioni di Tostini, Valleberta, Barco, Le Selve e Madonna della Pace, che è fra tutte la più grande.
Il territorio agostano, le presenti notizie sono state attinte dall’opera del prof. Giuseppe Panimolle “Agosta, castello dell’Abbazia Sublacense”, ha una superficie di 940 ettari, di cui il 50% è costituito da colline, il 30% dalla pianura e il rimanente 20% è occupato dalla montagna, che raggiunge il punto più alto, 800 metri, in località Valle Castello-Costa Finocchiara.
Oggi il paese vive esclusivamente di pendolarismo che si dirige verso Subiaco, Tivoli e soprattutto Roma, al contrario fino a qualche anno fa la popolazione viveva esclusivamente di agricoltura (50%), di pastorizia (30% ( pecore e capre) e di artigianato (20%).
Nei terrazzi, denominati in dialetto “e sportelle”, di cui sono formate tutt’intorno le colline, venivano coltivati olivi, vite e molti alberi da frutta tra cui ciliegie, visciole, fichi, prugne e pesche, mele cotogne, noci, nocciole, sorbe e nespole, mentre la pianura produceva in abbondanza grano, granoturco, patate, fagioli, ceci, piselli, tabacco, canapa e lino, mentre nei boschi si raccoglievano castagne, funghi, tartufi e asparagi. Oggi purtroppo l’agricoltura è stata completamente abbandonata, non si fa più la pastorizia e gli artigiani che lavoravano i giunchi con la produzione dei caratteristici canestri sono soltanto un lontano ricordo.
I boschi ancora oggi sono abitati da scoiattoli, ghiri, volpi, donnole, ricci, istrici, tassi, pernici, lepri e cinghiali, è tornato il falco, più rare invece sono le apparizioni del lupo, che si è rifugiato in luoghi più appartati.
A primavera un verde chiaro e fortemente riposante invade la valle che per l’occasione di riempie di fiori e di uccelli. In estate il clima è abbastanza fresco e di questo ne approfittano i molti romani che abbandonano la canicola cittadina, per trovare qui da noi ristoro e refrigerio. In autunno la valle, quasi per incanto, si trasforma in una variopinta tavolozza con i più svariati colori, mentre d’inverno, che si riduce poi alla fine nei soli mesi di gennaio e febbraio, non mancano delle belle nevicate.
Ancora oggi e auguriamoci ancora per molto tempo chi lo desidera ad Agosta può godersi della frescura di un bosco o passeggiare nei suoi caratteristici viottoli, può ammirare un ciclamino che sboccia o una viola o un anemone che si cullano ai raggi del sole, può sentire il profumo del biancospino o della rosa canina, può riposarsi ai bordi di un ruscello o sdraiarsi su di un prato, per gustare il profumo acre e stimolante dell’erba medica, della malva, del lampazzo e della cicoria selvatica.
Se vuoi dunque godere di tutti questi spettacoli, non devi fare altro che venire ad Agosta.
Le vicende storiche
Il periodo preromano e romano
Gli studiosi che nel corso dei secoli si sono occupati delle origini, del nome e della storia di Agosta hanno avanzato tesi tra di loro discordanti: circa il nome c’è chi ha sostenuto che esso derivi dal grande imperatore romano Cesare Augusto Ottaviano, chi invece da AQUA HÁUSTA, cioè acqua attinta, captata, in riferimento agli acquedotti che partivano da questa nostra zona per recare acqua alla grande e sempre più popolosa Roma, chi da AD AQUAS, cioè presso le acque, le sorgenti che copiose sgorgavano dal sottosuolo, c’è chi infine sostiene la romantica vicenda di una malinconica principessa, di nome Augusta o Fausta, fatta rinchiudere in una delle torri del castello da un padre intransigente, che non si rassegnava a che sua figlia andasse sposa ad un giovane appartenente ad un partito avverso al suo e da lei sarebbe nato il nome di Agosta.
In tutte le ipotesi avanzate sono presenti le molte sorgenti di acqua che dai Romani furono una dopo l’altra captate e condotte attraverso acquedotti a Roma che con il suo inarrestabile incremento demografico aveva sempre più bisogno di crescenti risorse idriche.
Da tutti gli studi espletati sull’argomento tre sono le cose che hanno a che fare con Agosta: le sue sorgenti d’acqua, gli acquedotti fatti costruire, gli schiavi e le maestranze occupate alla costruzione e alla manutenzione degli stessi.
Gli studiosi Holstenio e Giuseppe Panimolle sostengono che il nome di Agosta derivi da Augusta, dal nome cioè che l’imperatore Cesare Augusto Ottaviano fece dare alla sorgente, detta appunto FONS AUGUSTA, captata ed immessa nel già esistente Acquedotto Marcio e che veniva fatta funzionare come supplemento ogni qualvolta, a causa della siccità, se ne ravvedesse la necessità.
I due sovracitati storici a sostegno della loro tesi citano il trattato “De aquis Urbis Romae”, scritto tra il 97 e il 114 d.C. da Sesto Giulio Frontino, il curator aquarum, cioè il fontaniere di Roma. Il Frontino, infatti, nella sua opera afferma che Augusto, per ovviare alla carenza di acqua che si veniva a verificare nei tempi di siccità, fece immettere nell’Acqua Marcia un’altra acqua della stessa bontà che distava da questa 800 passi. Quest’ultima dal nome di chi aveva commissionato l’opera fu chiamata appunto Augusta. Sempre il Panimolle sostiene che l’Acqua Augusta non è altro che l’attuale
Sorgente della Mola e che da questa deriva Agosta, il cui nome risale dunque all’11 d.C. anno in cui Augusto inviò suo genero Agrippa nell’Alta Valle dell’Aniene, per captare nuove sorgenti.
Dissente dall’ipotesi del Panimolle un altro studioso locale, Nazzareno Giuliani, il quale afferma che l’Acqua Augusta non possa essere identificata con le sorgenti agostane della Mola ed ecco le sue giustificazioni: “Se Frontino sostiene che le sorgenti dell’Acqua Marcia iniziavano al XXXVI° miglio della Via Tiburtina Valeria, orbene siccome il passus romanus corrispondeva a un metro e 48 centimetri e il miglio romano a 1478 passus il nostro chilometro misurava 1478 metri, ora moltiplicando 36 per 1478 ne vengono fuori 53.208 metri, ossia 53 chilometri e 208 metri. Siccome la Via Tiburtina aveva allora inizio da Porta S. Lorenzo e non dal Campidoglio come oggi e quindi era più corta dell’attuale di circa 5 chilometri, il Giuliani sostiene che le sorgenti dell’Acquedotto Marcio si trovavano nella pianura compresa tra il bivio di sotto di Arsoli e i laghetti di Acqua Serena e di Santa Lucia che si trovavano nella punta sud est della grande curva della Sublacense. Allora se Augusto fece immettere un’altra sorgente a 800 passi più a sud-est dell’Acquedotto Marcio, cioè ad un chilometro e 184 metri, la sorgente Augusta, di cui parla Frontino, non raggiungeva il XXXVII° miglio e cioè si trovava a 3 chilometri prima d Marano Equo e quindi in pieno territorio di Arsoli. Si può concludere, afferma il Giuliani, che l’aliam aquam eiusdem bonitatis del trattato di Frontino non era quella della Mola di Agosta.
Uno storico, il Fabretti, vissuto alla fine del 1600, autore del trattato “De Aquis et Aquaeductibus Veteris Romae”, basandosi sulla pronuncia dialettale del nome di Agosta e cioè Áusta, ritiene che esso non derivi da Augusta, ma da aqua hàusta, cioè acqua attinta, captata in riferimento alle sorgenti captate per soddisfare la sete di Roma.
Infine secondo Corrado Lampa, autore del volume “Stemmi e sigilli della Regione Lazio” Agosta prende il nome da una colonna che alcuni legionari levarono in onore dell’imperatore Cesare Augusto Ottaviano sul colle dove oggi sorge il paese. I legionari attraversavano la Valle dell’Aniene provenienti dal sud e diretti a Roma dove si unirono al resto dell’esercito augusteo che combatteva la guerra civile contro Marcantonio.
Per quanto riguarda le origini di Agosta, don Luigi Urbani, parroco di Agosta dal 1883 al 1933, in un inventario da lui compilato nell’anno 1883 e conservato nell’Archivio Parrocchiale, nel capitolo intitolato “Origine di Agosta”, sostiene che gli storici Jannuccelli, Palmieri e Gori concordemente fanno risalire l’origine di Agosta come municipio al VII° secolo dell’èra volgare, mentre come villaggio la sua origine risale al III° o II° secolo della Chiesa. I suoi primi abitanti furono le migliaia di uomini, che furono impiegati nel colossale lavoro di costruzione degli acquedotti.
“Al certo, dice don Luigi Urbani, la sera questi dovevano pernottare in qualche paese limitrofo. In quell’epoca paesi vicini preesistenti ad Agosta non vi erano. E’ d’uopo, continua l’Urbani, che quei popolani costretti dalla necessità formassero un piccolo borgo in quest’amena collina, distante duecento metri dal luogo, nel quale avessero le residenze e nel tempo istesso la custodia del grandioso acquedotto.” Da queste affermazioni scaturisce che i primi abitanti di Agosta furono gli schiavi, le maestranze e i custodi degli acquedotti, che di giorno custodivano e lavoravano agli acquedotti, mentre la notte per meglio difendersi si erano costruite sulla collina sovrastante delle capanne.
Giuseppe Panimolle nella sua opera “Agosta, castello dell’Abbazia Sublacense” afferma che il territorio di Agosta prima della colonizzazione romana fu abitato dagli ITALICI, che lasciarono importanti resti nelle località Castellone, Lavoratine e Cisterna. Nell’anno 1000 a.C. vi si insediarono i LATINI, che lasciarono tracce del loro passaggio nelle località di Ruttoli e Cisterna. Fu poi la volta degli EQUI, popolo bellicoso, che si oppose all’avanzata dei Romani, ma nel 304 a.C. essi furono definitivamente sconfitti e per l’occasione nella Valle dell’Aniene da Roma fu inviata la Tribus Aniensis per colonizzare la zona. Dalla sconfitta degli Equi fino alla caduta dell’Impero d’Occidente (476 a.C.) la Valle rimase sempre legata nella buona e cattiva sorte ai destini di Roma.
Il Medioevo
Con la caduta dell’Impero gli acquedotti furono abbandonati e quindi andarono in rovina. La zona fu percorsa per lungo e largo dai Barbari che seminarono morte e distruzione. I valligiani allora per difendersi si stanziarono sulle colline, dando così origine a tutti quei paesi che ancora oggi esistono. Quando venne meno il potere di Roma il territorio aniense cadde nel più assoluto caos. In questo buio completo apparve nella nostra zona un astro luminosissimo, Benedetto da Norcia, che raccolse i popoli dispersi, li riportò all’ordine e alla civiltà, facendoli ritornare all’agricoltura, insegnando loro nuove colture come quella della vite e dell’ulivo.
E quando il grande patriarca del Monachesimo Occidentale lasciò Subiaco per trasferirsi definitivamente a Montecassino, la sua opera fu continuata dai suoi monaci e così la Valle dell’Aniene all’insegna dei comandamenti benedettini dell’ORA ET LABORA riprese il cammino verso il progresso e la civiltà. Da questo momento e fino al XIX° secolo e precisamente al 20 settembre 1870, giorno della breccia di Porta Pia tutti i paesi dell’Alta Valle dell’Aniene vissero all’ombra dell’autorità politica e religiosa dell’Abate di Subiaco.
Infatti, i monaci benedettini sublacensi a seguito di donazioni private e da parte di autorità civili e religiose divennero i proprietari di tutta la valle, costituendovi un vero e proprio feudo. I contadini avevano dai monaci in affitto dei terreni che essi coltivavano, protetti dalla loro grande prestigio, oltre che spirituale anche politico.
Dal VI fino all’XI secolo alcuni documenti e delle Bolle Papali parlano di Aqua Augusta, alla quale associano sempre il monte, detto mons Augusta, che sovrasta le sorgenti in questione.
Per entrare nel dettaglio, citiamo un privilegio di papa Giovanni XVIII, indirizzato all’Abate di Subiaco, dell’anno 1005 nel quale si afferma: “Concediamo un casale che si chiama Augusta, dove si sta costruendo un castello…” Nell’anno 1015 papa Benedetto VIII conferma: “Concedimus casale qui vocatur Augusta cum monte in integro ad castellum faciendum.”(Concediamo alla vostra giurisdizione un casale, chiamato Augusta, con monte annesso, dove si sta costruendo un castello).
Nel 1015 quindi il castello si stava ancora costruendo. Invece il privilegio di papa Leone IX del 31 ottobre 1051 afferma: “Confermiamo e consolidiamo alla vostra giurisdizione ( il papa si rivolgeva sempre all’Abate di Subiaco) il casale chiamato Augusta con l’intero monte dove è stato costruito il castello…” Nell’ottobre del 1051, pertanto, la costruzione del castello di Agosta si poteva dire ultimata.
Del resto già in un atto stipulato nel 1045 tra il Vescovo di Tivoli e l’Abate di Subiaco viene detto che questo fu firmato dagli interessati “in castro Augustae”, cioè nel castello di Agosta.
Nel corso di tutto il Medioevo gli abitanti del castello, sotto la giurisdizione dell’Abate di Subiaco, che ad Agosta si faceva rappresentare da un suo funzionario, detto commestabile, vissero autarchicamente, dedicandosi soprattutto all’agricoltura, integrata dalla pastorizia e dall’artigianato. I contadini, affittuari del monastero, alla fine del raccolto consegnavano al rappresentante dell’Abate la parte di prodotti spettanti. Questi, in attesa di essere trasportati a Subiaco, venivano ammassati e custoditi nel casale di cui parlano i documenti, casale che più tardi fu fortificato, poiché spesso veniva assalito e spogliato dei suoi prodotti.
Nel suo primo secolo di vita il castello di Agosta ebbe vita serena e tranquilla, mentre negli anni che vanno dal 1145 al 1176 le cose non andarono altrettanto bene, infatti, esso divenne il campo di battaglia delle lotte sanguinose che scoppiarono tra il signorotto di Agosta Filippo, nipote dell’Abate Pietro IV ed il successore di questo, l’abate Simone di Cassino. Filippo uomo crudele e sleale e assetato di potere, entrato in lotta con il nuovo abate a lui non gradito, giunse persino a farlo prigioniero e a rinchiuderlo per qualche tempo nel castello di Agosta. In seguito per maggior sicurezza lo affidò a Riccardo di Arsoli. Più tardi però l’abate fu liberato e tornò a reggere l’Abbazia, vendicandosi del suo nemico, che perse ogni possedimento. Filippo allora non potendo tener testa all’abate, chiese aiuto all’imperatore Federico il Barbarossa, che nel 1174 inviò nel Sublacense le sue truppe al comando dell’arcivescovo di Magonza. Questi assediò il castello di Agosta, lo quindi espugnò e lo diede alle fiamme.
Dopo questo periodo tormentato il castello di Agosta poté finalmente godere di un secolo di pace.
Nel 1382 Agosta fu al centro di una clamorosa vicenda giudiziaria, i cui protagonisti furono Cicco e Cola, figli di Omodio. Questi insieme con sua madre, Maria di Roiate, e con Agnese, moglie di Cicco, furono accusati dall’abate di Subiaco di alto tradimento per aver essi aperto con l’inganno Nicola Colonna le porte del castello, che fu messo a ferro e fuoco, molti cittadini furono uccisi, le donne furono violentate, provocando all’abate un danno di 3.000 fiorini d’oro. Nicola Colonna era nemico dell’abate di Subiaco ed amico dell’antipapa Clemente VII.
Maria, sua nuora Agnese e i suoi figli Cicco e Cola, giudicati colpevoli da un tribunale abbaziale, furono condannati a morte con il taglio della testa, anche se essi si dichiararono sempre innocenti, sostenendo che le chiavi del castello erano state consegnate a loro insaputa da un certo Guastalamarca, che poi si era rivelato amico e spia del Colonna.
I condannati, inoltre, oltre al taglio della testa ebbero la confisca totale di tutti i beni. Ma più tardi in un processo d’appello il giudice riconobbe ai condannati la buona fede e quindi li assolse dal reato di alto tradimento, ma li condannò a pagare i danni provocati dai mercenari del Colonna all’interno del castello, danni che ammontavano a 3.000 fiorini d’oro con il pagamento dei quali tra i feudatari di Agosta e l’abate di Subiaco ritornò la pace.
DAL XV AL XX SECOLO
Visto che nel corso dei secoli il governo degli abati di Subiaco aveva provocato disordini e discordie e vere e proprie lotte, oltre che interne, anche zonali, dalla metà del XV secolo e precisamente dall’anno 1456, l’Abbazia e quindi il castello di Agosta passò sotto la giurisdizione di un Abate Commendatario, inviato direttamente dal papa. Questi privò l’abate di Subiaco di ogni potere temporale, prese in custodia i beni dell’Abbazia, prese a riscuotere le gabelle e ad appianare le controversie che sorgevano all’interno del feudo sublacense. I vecchi abati divennero così claustrali, cioè il loro potere fu limitato ai soli monasteri di S. Scolastica e del Sacro Speco.
Tra gli abati commendatari ricordiamo il primo lo spagnolo Giovanni Torquemada, al quale seguirono il cardinale anch’egli spagnolo Rodrigo Borgia, che nel 1492 salì sul soglio di Pietro con il nome di Alessandro VI, il cardinale Giovanni Colonna, per il quale gli Agostani sulla Via Sublacense costruirono l’Arco che, traslato dalla pianura perché rovinato dalle molte piene dell’Aniene, oggi si trova nel rione La Porta.
Poi divennero abati commendatari i nipoti di Giovanni, e cioè Pompeo, Scipione, Francesco e Marcantonio, grazie al quale l’Abbazia poté godere di un periodo di rinascita e di pace. L’ultimo abate commendatario appartenente alla famiglia dei Colonna fu Ascanio, che fra tutti fu il peggiore. Alla sua morte, infatti, subentrò la famiglia Borghese con il cardinale Scipione, che tenne la Commenda fino al 1633, anno in cui passò ai Barberini che la tennero fino al 1738. A questi succedettero il cardinale Giovan Battista Spinola, il cardinale Severino Canale e il cardinale Giovannangelo Braschi che divenne papa con il nome di Pio VI.
Nel 1800 gli abati commendatari furono il cardinale Pier Francesco Galeffi, Ugo Pietro Spinola, dal 1846 al 1878 l’abate commendatario fu lo stesso papa Pio IX, che passò la Commenda dapprima al cardinale Raffaele Monaco Lavalletta e poi al cardinale Luigi Macchi. L’ultimo reggitore della Commenda Sublacense fu lo stesso papa Pio X. Il 21 marzo 1915 il pontefice Benedetto XV soppresse definitivamente la Commenda che durava dal 1456.
AGOSTA NELL’ÈRA MODERNA
Nel 1909 fu eletto abate dei monasteri sublacensi Lorenzo Salvi, che nel 1917 riebbe il governo della Abbazia e nel 1927 fu creato vescovo. Agosta così tornò sotto la giurisdizione questa volta solo religiosa dell’abate di Subiaco.
Con al breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, che provocò la fine dello Stato Pontificio anche Agosta fu annessa al Regno d’Italia, divenendo Comune, che prese ad essere governato da un Consiglio Comunale, presieduto da un Sindaco che era coadiuvato da una Giunta Municipale. Agli inizi del XX secolo e precisamente il 31 dicembre 1900 il paese fu servito da una linea ferroviaria che collegava Subiaco a Mandela. Il servizio rimase attivo fino al 1933, i binari furono lasciati fino agli anni 1940/41, dopodiché essi furono smontati e portati in Africa, per costruire una ferrovia nella Tripolitania, che apparteneva alla Libia che era diventata colonia italiana.
Alla soppressione del treno il servizio fu assicurato da autobus della ditta Bona di Roma, che negli anni successivi fu sostituita dalla ditta Zeppieri e poi dall’attuale Cotral.
Nel 1913 fu costruito il primo acquedotto comunale, il quale alimentava tre sole utenze private e solo due fontane pubbliche, dove tutta la popolazione con le caratteristiche conche andava ad attingere l’acqua. Le fontane erano quelle di Castello e del Rione La Porta. Fino a quell’anno le nostre donne per tutti i secoli passati avevano attinto acqua per i bisogni delle loro famiglie direttamente dalle sorgenti che scaturivano ai piedi del paese.
Tra gli episodi dell’inizio del XIX secolo degno di menzione è il terribile terremoto che colpì il paese il 13 gennaio 1915. L’epicentro del sisma si ebbe nella vicina Marsica. Ad Agosta non ci furono vittime, ma solo danni e molta paura. Per l’occasione fu istituita la festa in onore di Sant’Emidio, appunto protettore contro il terremoto.
In occasione della prima guerra mondiale (1915-1918) ben 800 giovani agostani, chiamati dalla voce della Patria, partirono per difendere i suoi sacri confini. Dei combattenti 26 rimasero sul campo di battaglia.
Il 27 gennaio 1924 giunse ad Agosta l’energia elettrica, che sostituì i vecchi lampioni a petrolio, mentre all’interno delle case i lumini ad olio furono messi da parte per sempre.
Fra il 1922 e il 1926 la società dell’Acqua Pia Antica Marcia ricondusse a Roma l’acqua delle sorgenti della Mola. Non contenta di ciò voleva captare per condurla a Roma l’ultima sorgente che era ancora a disposizione della popolazione di Agosta. Questa era la sorgente della Fonte che sgorgava nelle vicinanze del Santuario della Madonna del Passo. A questo punto mentre i tecnici dell’Acqua Marcia nell’aprile del 1929 effettuavano i lavori di captazione furono assaliti, aggrediti ed anche malmenati da una popolazione inferocita. Ne scaturì una vera e propria sommossa di popolo e le forze dell’ordine che intervennero per calmare gli animi dei rivoltosi furono anch’esse aggredite.
Il 6 aprile il paese fu letteralmente assediato da una compagnia di carabinieri e di militi, provenienti da Subiaco e da Tivoli, fu imposto il coprifuoco e a nessuno fu permesso di uscire dal paese, neppure per andare ad accudire alle bestie che era nelle stalle, situate nella periferia dell’abitato. Nei giorni dell’assedio ebbero luogo scontri e atti di violenza, vere e proprie sassaiole investirono gli assedianti tra i quali ci furono anche dei feriti. Alla fine chi ebbe la meglio fu la popolazione di Agosta alla quale rimase la sorgente della Fonte, ma questo solo per alcuni anni, infatti più tardi, quando della contestazione era rimasto solo un pallido ricordo, la sorgente della Fonte fu captata e nessuno fiatò.
Durante il ventennio fascista ad Agosta, che mai accettò l’ideologia del Fascismo, non avvennero episodi degni di essere ricordati, se si fa eccezione per qualche atto di violenza nei confronti degli aderenti dell’Azione Cattolica o di cittadini di tendenza socialista.
Così nei nove mesi di occupazione nazista (settembre 1943 – giugno 1944) il paese non ebbe a soffrire grandi sventure, gli agostani, senza offrire la benché minima collaborazione al nemico, cercarono di vivere accanto agli occupanti, aspettando con trepidazione l’alba della liberazione, che avvenne il 9 giugno del 1944, quando da Subiaco giunsero a Piazza S. Nicola le camionette degli Alleati. Soprattutto nei ultimi tempi operò ad Agosta una piccola banda partigiana, comandata dall’allora colonnello Umberto De Sanctis, che mise a segno ai danni degli occupanti svariati sabotaggi alle linee elettriche e telefoniche e agli automezzi tedeschi stanziati nel nostro territorio. Non mancarono in questo periodo bombardamenti da parte degli Alleati, rastrellamenti, ma non ci furono per fortuna deportazioni. Le truppe di stanza ad Agosta erano costituite da soldati che provenienti dal fronte di Cassino veniva fatti sostare qui da noi per dar loro la possibilità di riposarsi. Nella frazione di Madonna della Pace vi erano poi dei forni dove veniva preparato il pane che veniva portato a coloro che combatteva a Cassino.
Ma quando sembrava che nulla di eccezionale dovesse accadere, quando già si assaporava la gioia della fine della guerra, proprio negli ultimi giorni e precisamente il 26 maggio 1944 a Madonna della Pace furono trucidati 15 cittadini, appartenenti ai comuni di Cervara di Roma, Subiaco, Canterano, Rocca Canterano ed anche Agosta. L’eccidio fu provocato dal ritrovamento sul ciglio di Via Empolitana II di un soldato tedesco morto, che qualcuno diceva essere stato ucciso e qualcuno invece sosteneva che il soldato si era ucciso da solo con un colpo, partito dalla sua pistola mentre la puliva. Dopo il rinvenimento partì immediatamente un massiccio rastrellamento: uomini, bambini e donne di tutto il territorio circostante furono con violenza ammassati nelle adiacenze di una appartata valletta e qui 15 cittadini furono trucidati barbaramente alla presenza dei loro familiari. A nulla valsero le preghiere e le urla strazianti di madri, di spose e di figli. I cinque cittadini agostani trucidati furono: Benedetto Di Roma di 56 anni, Giulio Di Roma di 25 anni ( la moglie di questo Luigina Tomei, benché giovanissima, ebbe la forza e il coraggio di caricarsi sulle spalle il marito morto e di riportarselo a casa), Domenico Di Roma di soli 18 anni, Arsenio Coluzzi di 45 anni e Gilberto Miconi di 18 anni.
Dopo quella tragica esperienza Agosta, rimarginate le profonde ferite, ha ripreso il suo cammino di conquiste economiche, sociali e culturali ed oggi essa si presenta come una ridente cittadina, che nulla ha da invidiare ai paesi con i quali confina.