Agosta nell'età moderna

 
Nel 1909 fu eletto abate dei monasteri sublacensi Lorenzo Salvi, che nel 1917 riebbe il governo della Abbazia e nel 1927 fu creato vescovo. Agosta così tornò sotto la giurisdizione questa volta solo religiosa dell’abate di Subiaco.
 
Con al breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, che provocò la fine dello Stato Pontificio anche Agosta fu annessa al Regno d’Italia, divenendo Comune, che prese ad essere governato da un Consiglio Comunale, presieduto da un Sindaco che era coadiuvato da una Giunta Municipale. Agli inizi del XX secolo e precisamente il 31 dicembre 1900 il paese fu servito da una linea ferroviaria che collegava Subiaco a Mandela. Il servizio rimase attivo fino al 1933, i binari furono lasciati fino agli anni 1940/41, dopodiché essi furono smontati e portati in Africa, per costruire una ferrovia nella Tripolitania, che apparteneva alla Libia che era diventata colonia italiana.
 
Alla soppressione del treno il servizio fu assicurato da autobus della ditta Bona di Roma, che negli anni successivi fu sostituita dalla ditta Zeppieri e poi dall’attuale Cotral.
Nel 1913 fu costruito il primo acquedotto comunale, il quale alimentava tre sole utenze private e solo due fontane pubbliche, dove tutta la popolazione con le caratteristiche conche andava ad attingere l’acqua. Le fontane erano quelle di Castello e del Rione La Porta. Fino a quell’anno le nostre donne per tutti i secoli passati avevano attinto acqua per i bisogni delle loro famiglie direttamente dalle sorgenti che scaturivano ai piedi del paese.
 
Tra gli episodi dell’inizio del XIX secolo degno di menzione è il terribile terremoto che colpì il paese il 13 gennaio 1915. L’epicentro del sisma si ebbe nella vicina Marsica. Ad Agosta non ci furono vittime, ma solo danni e molta paura. Per l’occasione fu istituita la festa in onore di Sant’Emidio, appunto protettore contro il terremoto.
 
In occasione della prima guerra mondiale (1915-1918) ben 800 giovani agostani, chiamati dalla voce della Patria, partirono per difendere i suoi sacri confini. Dei combattenti 26 rimasero sul campo di battaglia.
 
Il 27 gennaio 1924 giunse ad Agosta l’energia elettrica, che sostituì i vecchi lampioni a petrolio, mentre all’interno delle case i lumini ad olio furono messi da parte per sempre.
Fra il 1922 e il 1926 la società dell’Acqua Pia Antica Marcia ricondusse a Roma l’acqua delle sorgenti della Mola. Non contenta di ciò voleva captare per condurla a Roma l’ultima sorgente che era ancora a disposizione della popolazione di Agosta. Questa era la sorgente della Fonte che sgorgava nelle vicinanze del Santuario della Madonna del Passo. A questo punto mentre i tecnici dell’Acqua Marcia nell’aprile del 1929 effettuavano i lavori di captazione furono assaliti, aggrediti ed anche malmenati da una popolazione inferocita. Ne scaturì una vera e propria sommossa di popolo e le forze dell’ordine che intervennero per calmare gli animi dei rivoltosi furono anch’esse aggredite.
 
Il 6 aprile il paese fu letteralmente assediato da una compagnia di carabinieri e di militi, provenienti da Subiaco e da Tivoli, fu imposto il coprifuoco e a nessuno fu permesso di uscire dal paese, neppure per andare ad accudire alle bestie che era nelle stalle, situate nella periferia dell’abitato. Nei giorni dell’assedio ebbero luogo scontri e atti di violenza, vere e proprie sassaiole investirono gli assedianti tra i quali ci furono anche dei feriti. Alla fine chi ebbe la meglio fu la popolazione di Agosta alla quale rimase la sorgente della Fonte, ma questo solo per alcuni anni, infatti più tardi, quando della contestazione era rimasto solo un pallido ricordo, la sorgente della Fonte fu captata e nessuno fiatò.
 
Durante il ventennio fascista ad Agosta, che mai accettò l’ideologia del Fascismo, non avvennero episodi degni di essere ricordati, se si fa eccezione per qualche atto di violenza nei confronti degli aderenti dell’Azione Cattolica o di cittadini di tendenza socialista.
 
Così nei nove mesi di occupazione nazista (settembre 1943 – giugno 1944) il paese non ebbe a soffrire grandi sventure, gli agostani, senza offrire la benché minima collaborazione al nemico, cercarono di vivere accanto agli occupanti, aspettando con trepidazione l’alba della liberazione, che avvenne il 9 giugno del 1944, quando da Subiaco giunsero a Piazza S. Nicola le camionette degli Alleati. Soprattutto nei ultimi tempi operò ad Agosta una piccola banda partigiana, comandata dall’allora colonnello Umberto De Sanctis, che mise a segno ai danni degli occupanti svariati sabotaggi alle linee elettriche e telefoniche e agli automezzi tedeschi stanziati nel nostro territorio. Non mancarono in questo periodo bombardamenti da parte degli Alleati, rastrellamenti, ma non ci furono per fortuna deportazioni. Le truppe di stanza ad Agosta erano costituite da soldati che provenienti dal fronte di Cassino veniva fatti sostare qui da noi per dar loro la possibilità di riposarsi. Nella frazione di Madonna della Pace vi erano poi dei forni dove veniva preparato il pane che veniva portato a coloro che combatteva a Cassino.
 
Ma quando sembrava che nulla di eccezionale dovesse accadere, quando già si assaporava la gioia della fine della guerra, proprio negli ultimi giorni e precisamente il 26 maggio 1944 a Madonna della Pace furono trucidati 15 cittadini, appartenenti ai comuni di Cervara di Roma, Subiaco, Canterano, Rocca Canterano ed anche Agosta. L’eccidio fu provocato dal ritrovamento sul ciglio di Via Empolitana II di un soldato tedesco morto, che qualcuno diceva essere stato ucciso e qualcuno invece sosteneva che il soldato si era ucciso da solo con un colpo, partito dalla sua pistola mentre la puliva. Dopo il rinvenimento partì immediatamente un massiccio rastrellamento: uomini, bambini e donne di tutto il territorio circostante furono con violenza ammassati nelle adiacenze di una appartata valletta e qui 15 cittadini furono trucidati barbaramente alla presenza dei loro familiari. A nulla valsero le preghiere e le urla strazianti di madri, di spose e di figli. I cinque cittadini agostani trucidati furono: Benedetto Di Roma di 56 anni, Giulio Di Roma di 25 anni ( la moglie di questo Luigina Tomei, benché giovanissima, ebbe la forza e il coraggio di caricarsi sulle spalle il marito morto e di riportarselo a casa), Domenico Di Roma di soli 18 anni, Arsenio Coluzzi di 45 anni e Gilberto Miconi di 18 anni.
 
Dopo quella tragica esperienza Agosta, rimarginate le profonde ferite, ha ripreso il suo cammino di conquiste economiche, sociali e culturali ed oggi essa si presenta come una ridente cittadina, che nulla ha da invidiare ai paesi con i quali confina.