Il Medioevo

Con la caduta dell’Impero gli acquedotti furono abbandonati e quindi andarono in rovina. La zona fu percorsa per lungo e largo dai Barbari che seminarono morte e distruzione. I valligiani allora per difendersi si stanziarono sulle colline, dando così origine a tutti quei paesi che ancora oggi esistono. Quando venne meno il potere di Roma il territorio aniense cadde nel più assoluto caos. In questo buio completo apparve nella nostra zona un astro luminosissimo, Benedetto da Norcia, che raccolse i popoli dispersi, li riportò all’ordine e alla civiltà, facendoli ritornare all’agricoltura, insegnando loro nuove colture come quella della vite e dell’ulivo.
 
E quando il grande patriarca del Monachesimo Occidentale lasciò Subiaco per trasferirsi definitivamente a Montecassino, la sua opera fu continuata dai suoi monaci e così la Valle dell’Aniene all’insegna dei comandamenti benedettini dell’ORA ET LABORA riprese il cammino verso il progresso e la civiltà. Da questo momento e fino al XIX° secolo e precisamente al 20 settembre 1870, giorno della breccia di Porta Pia tutti i paesi dell’Alta Valle dell’Aniene vissero all’ombra dell’autorità politica e religiosa dell’Abate di Subiaco.
 
Infatti, i monaci benedettini sublacensi a seguito di donazioni private e da parte di autorità civili e religiose divennero i proprietari di tutta la valle, costituendovi un vero e proprio feudo. I contadini avevano dai monaci in affitto dei terreni che essi coltivavano, protetti dalla loro grande prestigio, oltre che spirituale anche politico.
 
Dal VI fino all’XI secolo alcuni documenti e delle Bolle Papali parlano di Aqua Augusta, alla quale associano sempre il monte, detto mons Augusta, che sovrasta le sorgenti in questione.
Per entrare nel dettaglio, citiamo un privilegio di papa Giovanni XVIII, indirizzato all’Abate di Subiaco, dell’anno 1005 nel quale si afferma: “Concediamo un casale che si chiama Augusta, dove si sta costruendo un castello…” Nell’anno 1015 papa Benedetto VIII conferma: “Concedimus casale qui vocatur Augusta cum monte in integro ad castellum faciendum.”(Concediamo alla vostra giurisdizione un casale, chiamato Augusta, con monte annesso, dove si sta costruendo un castello).
 
Nel 1015 quindi il castello si stava ancora costruendo. Invece il privilegio di papa Leone IX del 31 ottobre 1051 afferma: “Confermiamo e consolidiamo alla vostra giurisdizione ( il papa si rivolgeva sempre all’Abate di Subiaco) il casale chiamato Augusta con l’intero monte dove è stato costruito il castello…” Nell’ottobre del 1051, pertanto, la costruzione del castello di Agosta si poteva dire ultimata.
 
Del resto già in un atto stipulato nel 1045 tra il Vescovo di Tivoli e l’Abate di Subiaco viene detto che questo fu firmato dagli interessati “in castro Augustae”, cioè nel castello di Agosta.
Nel corso di tutto il Medioevo gli abitanti del castello, sotto la giurisdizione dell’Abate di Subiaco, che ad Agosta si faceva rappresentare da un suo funzionario, detto commestabile, vissero autarchicamente, dedicandosi soprattutto all’agricoltura, integrata dalla pastorizia e dall’artigianato. I contadini, affittuari del monastero, alla fine del raccolto consegnavano al rappresentante dell’Abate la parte di prodotti spettanti. Questi, in attesa di essere trasportati a Subiaco, venivano ammassati e custoditi nel casale di cui parlano i documenti, casale che più tardi fu fortificato, poiché spesso veniva assalito e spogliato dei suoi prodotti.
 
Nel suo primo secolo di vita il castello di Agosta ebbe vita serena e tranquilla, mentre negli anni che vanno dal 1145 al 1176 le cose non andarono altrettanto bene, infatti, esso divenne il campo di battaglia delle lotte sanguinose che scoppiarono tra il signorotto di Agosta Filippo, nipote dell’Abate Pietro IV ed il successore di questo, l’abate Simone di Cassino. Filippo uomo crudele e sleale e assetato di potere, entrato in lotta con il nuovo abate a lui non gradito, giunse persino a farlo prigioniero e a rinchiuderlo per qualche tempo nel castello di Agosta. In seguito per maggior sicurezza lo affidò a Riccardo di Arsoli. Più tardi però l’abate fu liberato e tornò a reggere l’Abbazia, vendicandosi del suo nemico, che perse ogni possedimento. Filippo allora non potendo tener testa all’abate, chiese aiuto all’imperatore Federico il Barbarossa, che nel 1174 inviò nel Sublacense le sue truppe al comando dell’arcivescovo di Magonza. Questi assediò il castello di Agosta, lo quindi espugnò e lo diede alle fiamme.
 
Dopo questo periodo tormentato il castello di Agosta poté finalmente godere di un secolo di pace.
 
Nel 1382 Agosta fu al centro di una clamorosa vicenda giudiziaria, i cui protagonisti furono Cicco e Cola, figli di Omodio. Questi insieme con sua madre, Maria di Roiate, e con Agnese, moglie di Cicco, furono accusati dall’abate di Subiaco di alto tradimento per aver essi aperto con l’inganno Nicola Colonna le porte del castello, che fu messo a ferro e fuoco, molti cittadini furono uccisi, le donne furono violentate, provocando all’abate un danno di 3.000 fiorini d’oro. Nicola Colonna era nemico dell’abate di Subiaco ed amico dell’antipapa Clemente VII.
Maria, sua nuora Agnese e i suoi figli Cicco e Cola, giudicati colpevoli da un tribunale abbaziale, furono condannati a morte con il taglio della testa, anche se essi si dichiararono sempre innocenti, sostenendo che le chiavi del castello erano state consegnate a loro insaputa da un certo Guastalamarca, che poi si era rivelato amico e spia del Colonna.
 
I condannati, inoltre, oltre al taglio della testa ebbero la confisca totale di tutti i beni. Ma più tardi in un processo d’appello il giudice riconobbe ai condannati la buona fede e quindi li assolse dal reato di alto tradimento, ma li condannò a pagare i danni provocati dai mercenari del Colonna all’interno del castello, danni che ammontavano a 3.000 fiorini d’oro con il pagamento dei quali tra i feudatari di Agosta e l’abate di Subiaco ritornò la pace.